giovedì, 28 dicembre 2006
Questa non posso esimermi dal raccontarla... è stato uno dei momenti più (tragicamente :P ) belli della mia vita.
In quinta liceo ero innamorato (ma di brutto) di una mia compagna di classe.
Prendevamo tutti i giorni lo stesso autobus per tornare a casa, anche se la mia fermata precedeva di molto la sua.
Un giorno per cause che la mia memoria trova futili, uscimmo almeno un'ora prima dell'orario prestabilito (o forse fu uno sciopero?) e come accade di solito in questi casi, ci sparpagliammo fra bar e piazza.
Io andai con i miei amici a perder tempo da qualche parte, anche se tutto ciò significava perdere il consueto appuntamento giornaliero, in realtà non ero affatto allegro al pensiero, ma d'altra parte per incontrarla avrei dovuto far la posta alla fermata per tutta l'ora e poi non avrei saputo come spiegare questo comportamento.
Comunque capitò che alla fine andai a prendere l'autobus. Attesi alla fermata per una ventina di minuti, sperando di vederla arrivare, ma così non fu: evidentemente era già andata a casa.
Salii sull'autobus e per mancanza di posti, mi piazzai in piedi al centro del corridoio, tenendomi ad una delle aste.
Fu allora che l'autobus girò l'angolo di un palazzo e la vidi.
Aveva appena comprato il biglietto all'edicola e stava svoltando per andare alla fermata. Si era trovata l'autobus passarle davanti: l'aveva irrimediabilmente perso.
Io stavo per strapparmi il fegato dalla pancia e mangiarlo con contorno di patate.
Non sapevo cosa fare, mi era balzata alla mente la malsana idea di scendere alla prima fermata e raggiungerla... ma come avrei potuto farlo? Ero visibilissimo dentro l'autobus e con tutta probabilità mi aveva visto.
Mi tormentai per circa tre minuti e mezzo, ma mi parvero ore. Il mio corpo si muoveva da solo: pigiai il pulsante per chiamare la fermata e quando le porte si aprirono, con una ventata di audacia che MAI avevo conosciuto prima, scesi.
In quei 500 metri fra una fermata e l'altra, cercai di inventare ogni tipo di scusa plausibile per coprire tutte le eventualità... "se non mi ha visto è tutto apposto, ma se mi ha visto dirò che è salito un controllore ed ero senza biglietto e siccome l'edicola era vicina all'altra fermata, dopo essere sceso sono tornato indietro per..." insomma, pensai di tutto.
Ciò che accadde quando arrivai alla fermata fu sorprendente.
Lei era li' da sola e quando mi vide spuntare da dietro al palazzo, mi fece un sorrisetto fanciullesco, e quando mi avvicinai mi disse testualmente "sei come un raggio di sole in una giornata scura".
Ecco, se in quel momento qualcuno mi avesse ucciso, sarei finito per direttissima fra le braccia del creatore.
Se prima avevo la gola secca e cercavo di preparare un saluto che non mi tradisse, improvvisamente mi morirono tutte le parole in gola ed il mio cuore manco' almeno un paio di battiti.
Quando riacquistai i sensi (forse neanche in maniera figurata) riuscii a chiederle cosa intendeva e lei mi spiegò che si stava deprimendo ad aspettare da sola alla fermata e che il mio arrivo era stato provvidenziale.
Provvidenziale... provvidenza un par di balle!! Ho fatto una fatica per arrivare li' in quel momento!! :P
Però che momento!! Se ci ripenso ancora oggi credo che quella fu una delle più belle emozioni che io abbia mai provato.
Che peccato pensare che poi è finita come tutte le altre volte... in fumo.
Non c'è che dire, posso aver sofferto per la delusione che ne ricavai.. ma tutte quelle lagrime valevano quell'unica gioia.
postato da: FedericoPox alle ore 03:13 |
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giovedì, 28 dicembre 2006
C'era una volta un albero, piantato sulla cima di un colle.
La terra si cui cresceva era fertile e le nuvole nel cielo riversavano acqua sulle sue radici, nella giusta dose.
L'albero cresceva e fioriva... ma mai come desiderava.
Purtroppo le nuvole coprivano quasi sempre il sole e l'albero si protendeva ora di qua, ora di la', per riuscire a cogliere qualche scorcio di sole. A volte il sole si faceva inseguire strenuamente, altre volte gli capitava che per essersi proteso da un lato, avesse perso l'occasione di ricevere la luce comparsa dall'altro.
In tutto ciò l'albero continuava a crescere anche abbastanza forte e sano, con le sue fioriture ed i suoi inverni... a volte persino si divertiva in questa sua danza.
Ma non sempre.
E' proprio il caso di dirlo...
C'era una volta un albero... che si rompeva anche lui il cazzo.
E per romperlo ad uno che cel'ha di legno... ce ne vuole eh :P
postato da: FedericoPox alle ore 02:12 |
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mercoledì, 27 dicembre 2006
Vediamo se riesco ad abbozzarla rapidamente:
C'era una volta un giovane ragazzo di nome Flick.
Viveva in un piccolo villaggio situato nella campagna di un grande regno, a ridosso di una antica ed ampia foresta.
Flick era molto in ansia e non si dava pace perché era innamorato di una giovane coetanea, ma non sapeva cosa fare perché aveva paura che i suoi sogni potessero infrangersi di fronte alla realtà.
A lungo questo tarlo l'aveva tormentato e lui se lo portava dentro ovunque andasse, qualunque cosa facesse ma riusciva a dissimularlo di fronte ai suoi amici ed i suoi parenti, così che tutti pensavano che stesse bene.
Un giorno Flick fu mandato a cercar funghi nella foresta per conto di suo padre.
Nel girovagare per i sentieri e per il sottobosco, gli capitò di incontrare una vecchia signora, seduta di schiena su un albero, che aveva un aspetto piuttosto misero e malridotto.
Flick sembrò inizialmente indeciso se rivolgerle o meno la parola, ma alla fine si risolse a farlo, forte del pensiero che si trattasse di una vecchia innocua.
"Vecchia signora, cosa vi cruccia?" le chiese "perché siete qui sola in mezzo al bosco con un'aria così greve ed un aspetto così misero? Posso aiutarvi in qualche maniera?"
"Giovane ragazzo" gli rispose la vecchia "aspettavo te".
Flick rimase interdetto da quelle parole.
"Come sapevate che sarei passato?"
"Non lo sapevo eppure ero qui ad aspettarti, non temere, ragazzo non ho cattive intenzioni, sono solo una vecchia indovina affamata e stanca per il viaggio e tu sei un giovane forte con dei buoni funghi nella cesta e dei cattivi timori per la testa, forse io e te possiamo fare uno scambio"
"Che genere di scambio?" chiese Flick, un po' diffidente.
"Tu puoi regalarmi qualche fungo per alleviare le sofferenze del mio stomaco ed io posso regalarti qualche parola per alleviare le sofferenze del tuo animo".
A Flick quella donna sembrava pazza, ma in qualche modo le piaceva, inoltre mentre parlava, sembrava che sapesse dei suoi problemi e che si riferisse proprio a quelli. Decise allora di accettare lo scambio e mentre lei mangiava, lui le raccontò di tutti i suoi pensieri ed i suoi dubbi circa la sua situazione.
Dopo che ebbe ascoltato, la vecchia rimase qualche momento in silenzio, poi sentenziò: "ragazzo, potrai chiedere a tutti i saggi del mondo, ma nessuno potrà mai dirti se i tuoi sogni si avvereranno o no. Se i tuoi timori sono reali o no. L'unica cosa che puoi fare è tentare con il Lago delle Risposte".
Flick sembrò molto eccitato all'idea "che posto è, vecchia indovina?"
"E' un lago magico che si trova su una altura all'interno di questa foresta, se ti specchierai nelle sue acque limpide, troverai la risposta che cerchi nell'immagine che vedrai riflessa. Ma fai estrema attenzione perché l'incantesimo che lo pervade è molto potente e la risposta che ti darà potrebbe non piacerti"
"Sarà sempre meglio del dubbio" disse Flick
"Allora vai e rivediamoci qui fra un anno, così mi racconterai come è andata"
Dopo che si furono lasciati, Flick si diresse al lago senza por tempo in mezzo e ad ogni passo la sua ansia cresceva. Il sudore gli bagnava la fronte, ma non era dovuto al camminare, così le sue mani tremavano ed il suo stomaco sembrava di piombo.
Quando fu arrivato nei pressi del lago, la paura era grandissima, ma si risolse di guardare.
Egli vide la sua immagine riflessa, ma era un'immagine terribile, era lui ma non sembrava lui. Era tutto sporco, triste, spaventato. Aveva l'aria di chi ha perso tutto nella vita e teme persino la sua ombra.
"Allora è questo che diventerò! E' così che andrà" pensò fra se "i miei sogni si infrangeranno ed io diventerò l'ombra di me stesso!!"
Allora fuggì, con le lagrime agli occhi. E già mentre tentò di fuggire, inciampò e cadde nel fango "il mondo mi è contro!" si disperò.
Le settimane successive furono terribili, gli capitava ogni genere di sventura e prima si arrabbiava, poi si disperava e piangeva. Piano piano tutti i suoi amici smisero di invitarlo, ne' lui cercava la loro compagnia. I suoi parenti non sapendo come trattarlo, smisero di parlargli ne' lui rivolgeva loro la parola. E la sua innamorata era sempre più lontana, ora con questo, ora con quell'altro uomo.
Trascorse un anno e Flick, che non si era dimenticato dell'indovina, si recò nel bosco.
Quando trovò la vecchia seduta allo stesso albero dell'anno prima, lui l'aggredì. Prima le gridò contro tutti gli improperi e le maledizioni che conoscesse, poi si chiuse in silenzio ed infine scoppiò a piangere.
L'indovina, in tutto quel tempo, era rimasta silenziosa ad ascoltare, con aria materna.
Quando Flick sembrò essersi ripreso, l'indovina parlò:
"come ti ho detto un anno fa, il Lago delle Risposte è periglioso. L'unico modo per sciogliere la sua maledizione, ora, è quella di tornare li'. Dovrai rimanere per tre giorni e tre notti accanto alle sue sponde e solo quando avrai versato tutte le lagrime che puoi versare, dovrai specchiarti nuovamente nelle sue acque e stavolta guarda e basta, senza pensare a nulla".
Così fece.
Giunse sulle sponde del Lago e pianse. Pianse come non aveva mai pianto in tutta la sua vita. Pianse per tutte le sue sventure, pianse per la sua vita ormai finita, pianse finché gli occhi non gli rimasero asciutti.
Trascorsa la terza notte, si fece l'alba e Flick, che si sentiva ormai svuotato, che non riusciva più a formulare un pensiero, si diresse verso il lago e di nuovo guardò la sua immagine riflessa sulla superficie.
Vide se stesso, con l'aria stravolta e gli occhi rossi. L'immagine gli era familiare e stavolta non vedeva nient'altro. Nessuna aura oscura tutto intorno, nessun cruccio sulla sua fronte, sembrava solo stanco. D'improvviso si rese conto che quella figura stava sorridendo, si accorse che era lui stesso a sorridere.
Questo lo fece ridere ancora di più.
Nel giro di pochi minuti Flick si era abbandonato ad una incontenibile risata scrosciante, limpida, allegra e felice.
Stava ancora ridendo quando si rialzò.
Ancora rideva quando tornò al villaggio.
Rideva quando rivide i suoi amici e i suoi parenti.
Rideva quando ritrovò la sua innamorata e le uniche volte che interruppe le sue risate, da allora in avanti, fu quando la baciava.
Commenti? ^^
Ma perché, qualcuno legge? :P
lunedì, 18 dicembre 2006
Oggi, durante il laboratorio di Statistica, come al solito mi sono dovuto estraniare nel boschetto della mia fantasia per sopravvivere all'esperienza, tuttavia stavolta non ho scritto la terza parte delle vicende che portarono il Dio Senza Nome a muovere guerra alla Trinità :P
Piuttosto mi sono messo ad elucubrare sul mio blocchetto di appunti.
Cercavo di riflettere su un tema che mi è passato per la mente negli ultimi giorni e che oggi una mia amica mi ha riportato a galla (ah, le donne, quali muse ispiratrici :P ).
Mi sono domandato circa la natura del desiderio, dell'ambizione, dell'aspirazione.
Cosa c'è dietro un desiderio, cosa significa desiderare?
Ho cercato di distinguere due forme di desiderio: quelli evolutivi per l'individuo e quelli non evolutivi.
I desideri non evolutivi, li ho chiamati improvvisatamente di assimilazione e di espressione.
Essi non sono evolutivi perché presuppongono un attaccamento da parte di chi desidera, verso l'oggetto del suo desiderio, perché questo oggetto che fa parte del mondo esterno, è una componente necessaria affinché l'Io si senta completo. E' come il pendolo di Schopenhauer secondo cui un essere umano oscilla fra dolore e noia passando per brevi attimi di piacere. Il dolore è presente nel momento in cui si manca di qualcosa e lo si desidera, l'attimo di piacere è il momento in cui lo ottieni e la noia subentra subito dopo, finché non trovi un nuovo oggetto di desiderio.
Ora, questa visione pessimistica è una buona espressione di uno stato dell'essere non armonioso, in cui il desiderio si configura come la tendenza a compensare una mancanza.
In questo modo, ho cercato di distinguere arbitrariamente due tipi di desiderio basandomi sull'estremizzazione del principio di Yin e Yang.
Nel desiderio assimilativo (yin), l'individuo dall'Io debole, cerca di colmare un vuoto presente dentro di se, cercando di assimilare qualcosa, di ricevere.
Allora abbiamo un desiderio di possedere, di essere amato, di una condizione che gli consenta l'indipendenza e via discorrendo.
Nel desiderio espressivo (yang), l'individuo dall'Io forte, cerca un oggetto su cui rivolgere e riversare dei propri contenuti interni . Allora abbiamo la ricerca di un oggetto su cui riversare amore, oppure su cui esercitare potere od comunque una posizione dalla quale esprimersi.
In entrambi questi casi, la persona si pone in conflitto con l'esterno nel senso in cui, trovandosi nella sua solitudine esistenziale, non riesce ad accettarla e cerca di aggrapparsi a ciò che è fuori di lui.
Ora vorrei affrontare il caso di una aspirazione positiva, evolutiva.
Questo desiderio, come prima, l'ho chiamato improvvisatamente dispiegamento.
Il desiderio dispiegativo consiste nella ricerca di una forma congeniale di relazione con il mondo e di dispiagamento delle proprie potenzialità.
La persona che manifesta una aspirazione di questo genere, è una persona che è già realizzata ed ha trovato la propria strada, riesce a dare senso alla propria vita. In questo modo, le sue aspirazioni sono delle possibilità attraverso cui esprimere in modo sempre migliore queste sue potenzialità già esistenti. Non è qualcuno che cerca di raggiungere un traguardo dopo il quale si aspetta una situazione stabile di piacere, ma qualcuno che ha già raggiunto un buon livello di autorealizzazione e cerca di raggiungere modi sempre più raffinati per esprimere il proprio Sé.
Beh, adesso si è fatto tardi ed il post mi ha già richiesto fin troppo tempo, vista la sua inutilità :P
Forse più avanti riprenderò l'argomento, chissà.
postato da: FedericoPox alle ore 23:34 |
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lunedì, 18 dicembre 2006
Come resina da un albero,
il mio cuore trasuda lento
dolceamare lagrime di sangue.
Dentro di esso
piange, in muto silenzio,
un simposio di emozioni.
Mi è caduta addosso una cappa di tristezza, di delusione. Forse era preannunciata, forse no. L'ho avvertita Sabato sera, in quel locale, con tutta la sua lacerante crudezza. Non che ieri sera avessi davvero un motivo fondato perché accadesse, ma d'improvviso ho avuto questa epifania di scoraggiamento, come se il mondo tutt'intorno mi volesse svelare la tristezza in attesa dietro un'illusione.
Invero amo questa sensazione, mi fa sentire vivo. Mai come ora, percepisco il mio cuore, il mio petto, come sede del mio nucleo emotivo.
Sono emozioni pure, indefinibili, prive di intellettualismi da quattro soldi. Le accolgo e le abbraccio ed ora che penso a quanto siano belle, già mi sento meglio. Questo calore che sento nel petto ha un che di atavico, di profondo, che mi rammenta di avere un nucleo di puro sentire, dentro di me. Un nucleo privo di pensiero autoriflessivo.
Ecco! E' come un fuoco, un fuoco che mi arriva direttamente dagli spazi siderali della mia costellazione, un fuoco che prima di oggi non avevo mai davvero sentito mio. Quasi mi salgono le lacrime agli occhi al pensiero.
Sapere di avere dentro qualcosa di così semplice e puro, mi fa stare bene.
Sapete che vi dico? Mi ci voleva.
postato da: FedericoPox alle ore 01:03 |
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sabato, 16 dicembre 2006
Oggi sono andato a seguire una conferenza organizzata in onore dei 150 della nascita di Freud.
Il senso della mia partecipazione a questa conferenza, in realtà, si potrebbe esprimere con la seguente frase: sono arrivato per un pelo e mi sono trovato in mezzo ai buoi.
In ogni caso, mi son trovato a ballare ed ho continuato a ballare, perciò mi sono seduto assieme a Salvatore ed ho ascoltato più o meno quel che si diceva.
Ora, essere li' in quella stanza mi ha fatto vivere un'esperienza onirica.
Per capire meglio: il luogo era un salone dall'aspetto antico, con specchi ottocenteschi alle pareti, lampadari di cristallo sfarzosi, e carta da parati decorata con motivi neoclassici.
Il tutto condito da una folla di vegliardi.
I conferenzieri (si chiameranno così?) avevano tutti un aspetto classico ed inquadrato (a parte un paio di loro che erano delle macchiette) con capelli e barba bianca od in alternativa brizzolati.
Poi vi è stato l'inizio della confernza, con l'intervento di vari esperti che si sono curati di fornire un quadro di Freud e della sua epoca e di esporre quelli che sono alcuni contenuti della psicoanalisi.
E' stato a questo punto, dopo una proiezione di alcuni frammenti fotografici su Freud accompagnata da estratti della sua autobiografia, che ho cominciato ad avere il mio sogno ad occhi aperti.
Prima ho cominciato a capire lo spirito del Freud ricercatore, evidenziato dalle sue stesse parole "uomini come me hanno bisogno di una mania, un tiranno dal quale non possono sfuggire e per me questo tiranno è la psicologia".
Allora ho visto:
Ho sognato Freud in america, al tempo della corsa per la conquista dell'Ovest. Partiva da solo, energico e speranzoso, armato di poche cose e di spirito pionieristico. Partiva alla ricerca di una terra vergine da conquistare, di un mondo da costruire.
Freud trova infine questa sua terra, vasta, piena di insidie, oscura e totalmente inesplorata. Comincia allora la sua opera.
Inizialmente sonda il terreno alla ricerca di un buono spiazzo ampio e solido, poi vi affonda i primi piloni e scava le fondamenta di quella che sarà la sua magione.
In seguito continua la sua opera fra gli smottamenti e le frane che lo costringono a riprogettare la sua casa, ed i rallentamenti dovuti alle tasse governative, ma fortunatamente per lui sempre più persone lo assistono nel suo progetto, alcune con scrupolosità, altre con amicizia fraterna, altre ancora, come Jung, lo accompagnano per un tratto e poi partono alla ricerca di terre loro.
Insomma, giunto alla fine della sua vita, Freud aveva finalmente costruito quasi del tutto la sua magione, bella e sfarzosa, ampia e forte e vi si era fermato per riposare le sue stanche ossa.
Nel frattempo molti di quelli che avevano lavorato con lui, hanno continuato ad abitarla assieme a lui, altri hanno cercato di dare gli ultimi ritocchi all'opera.
Quando Freud morì, tutti gli fecero un gran funerale ed ereditarono la sua casa, ciascuno abitandone alcune stanze, altri spostandosi da un'ala all'altra.
Tutti loro cercavano di spostare l'arredamento o ritinteggiare le mura a piacimento, per dare la propria impronta alla casa.
Pochissimi osavano ristrutturare alcuni locali, meno ancora si azzardavano ad ampliare gli ambienti costruendo stanze nuove, attici o cantine.
Oggi come oggi questa magione è rimasta più o meno invariata, abitata da persone di tutte le età che ne maneggiano gli stessi arredamenti, le stesse suppellettili, che esplorano le solite stanze buie colme di fantasmi, restaurando le parti in disuso, danneggiate dagli elementi.
Nel mio sogno questa magione, vista da fuori, aveva un aspetto stanco, un po' triste, quasi nostalgico. Da essa ancora trapelava la forza ed il sudore impresso dal suo progettista ed esecutore e dai suoi primi collaboratori, ma questo odore diventava lentamente stantìo, vecchio, come in attesa di qualcuno che finalmente si decidesse a mescolare nuovamente il proprio per ridare nuova fragranza.
Ecco, questo è stato il mio sogno ed ora come ora, non credo occorra commentarlo.
postato da: FedericoPox alle ore 15:25 |
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martedì, 12 dicembre 2006
Figliuoli!
Lettori inesistenti del blog! Parti della mia mente e menti delle mie parti!
Non so che voglio scrivere quassù.
Mi è venuto lo sfizio di scrivere qualcosa, ma non so cosa. Allora mi son detto: beh, scriviamo proprio questo!
Molto logico, non trovate? :P
Ultimamente succedono un sacco di cose, ho un sacco di impegni, un sacco di pensieri... faccio concorrenza a Babbo Natale con tutti questi sacchi.
Non è che le cose vadano male, anzi, vanno benone, infatti sono felicemente occupato, solo che in questo preciso momento mi sento piuttosto stanco.
Sono in fase di cambiamento, il punto è che non so bene cosa stia cambiando e perché. Posso farmi un'idea, ovviamente, ma non riesco ad individuare bene l'intera situazione.
Ma forse è così che deve andare.
Oggi mi sono fatto leggere gli arcani maggiori da Salvatore e più o meno mi ha evidenziato la stessa cosa, un cambiamento ostacolato dalle circostanze positive che probabilmente non mi danno tempo di riflettere.
Un cambiamento che un po' mi confonde, non mi fa chiarire emozioni, sentimenti e pensieri, ma che voglio favorire. Sento di stare mettendo rami e radici nuove, posso essere un po' incerto, ma devo mantenere la fiducia, la speranza ed essere cedevole come un judoka in modo da accettare il nuovo e cavalcare l'onda.
L'importante è che io rimanga fedele a me stesso e che sia al tempo stesso prudente ma audace.
Certo è, che non avevo mai attraversato un cambiamento come lo sto facendo ora.
Beh, chiudo il rubinetto al flusso di coscienza, ora come ora non posso e non voglio aggiungere altro.
postato da: FedericoPox alle ore 22:58 |
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lunedì, 04 dicembre 2006
Ecco qui una piccola riflessione scritta qualche mese fa sulla psicoanalisi.
Si tratta di un miscuglio di filosofia, psicologia culturalista e pure seghe mentali. Lo pubblico giusto per scrivere qualcosa quest'oggi.
Mano a mano che procedono i miei studi di psicologia e nello specifico di psicoanalisi, mi sono trovato ad affrontare un dilemma intellettuale: come è possibile che una costruzione teorica tanto vasta, complessa e vincolante come la psicoanalisi, possa essere una descrizione di quella che è la realtà empirica di tutti i giorni?
E' pur vero che nel suo formarsi, la psicoanalisi abbia ben dato conto della prova di realtà e che è stato proprio a partire dai dati empirici, che a personaggi come Freud (padre e figlia) e Melanie Klein è stato possibile teorizzare le loro pratiche terapeutiche, cionondimeno le dinamiche da loro descritte, come le loro premesse e le loro conclusioni, sembrano ben lungi dall'essere, come invece pretendono, un approccio globale della vita psichica dell'uomo. Fasi dello sviluppo sessuale, complessi edipici, meccanismi di difesa, posizioni e pulsioni sono tutte geniali descrizioni della realtà, ma sembrano al contempo esserne completamente distanti.
Come può essere che funzionino? Come, dove e perché esse non funzionano?
L'unica risposta che riesco a darmi a riguardo è di tipo socio-culturale.
Considerando la cultura in senso foucaultiano, possiamo inquadrare il “discorso” occidentale come la cornice socio-culturale all'interno della quale si è prodotto il discorso psicoanalitico. Questo inquadramento è fondamentale poiché definisce come la psicoanalisi nella sua formulazione, sia stata influenzata (ed abbia a sua volta influenzato) dalle costruzioni e dai significati sociali appartenenti al discorso occidentale.
Dunque “l'uomo psicoanalitico” è fondamentalmente “l'uomo occidentale”, questo ovviamente non sta a sminuire l'attendibilità della psicoanalisi, ne' tantomeno vuole inficiarne alcune intuizioni che senza dubbio possono facilmente essere estese al di fuori del semplice discorso occidentale.
Chiarito dunque il contesto culturale -potremmo anche chiamarlo setting- entro cui si pone la psicoanalisi, vorrei concentrarmi sui casi particolari, ovvero sui singoli soggetti che si sottopongono ad essa.
Posto che analista ed analizzato facciano parte dello stesso setting culturale, che abbiano quindi una stessa forma mentale ed attribuiscano più o meno gli stessi significati alle medesime cose e gli stessi sistemi di valori (al di la' ovviamente delle esperienze personali), e che essi giungano loro per l'appunto dal comune discorso culturale, come fa la psicoanalisi ad adattarsi alle situazioni particolari dei singoli esseri umani?
Poniamo che lo psicoanalista X prenda in terapia il paziente Y.
Y ha vissuto molte esperienze di vita le quali, nell'ambito culturale in cui vive, sono da considerarsi estreme o quantomeno fuori dalla norma. E' importante sottolineare sempre il riferimento culturale, poiché una singola esperienza non ha alcun valore intrinseco se non rapportata ad un modello interno ed esterno che ne consente una valutazione qualitativa. Questi modelli non devono essere necessariamente consapevoli, anzi, sono dei sottointesi e passano dal sociale al personale proprio attraverso meccanismi inconsapevoli. Ad esempio: un orfano soffrirebbe davvero la mancanza dei genitori se non vivesse in un setting culturale, in un discorso culturale, strutturato intorno ad un concetto di famiglia? In ogni singolo istante della sua vita, non gli viene comunicata la sua diversità attraverso i più banali meccanismi sociali?
Tornando ad Y, egli ha vissuto queste esperienze alienanti che hanno causato in lui un disagio ed un disadattamento sociale, a volte persino somatizzato in nevrosi o addirittura psicosi.
X si propone di curare Y utilizzando una tecnica discorsiva psicoanalitica, la quale permette ad Y in teoria, di prendere consapevolezza dei suoi vissuti la qual cosa gli consente di reintegrarli con se stesso e riprendere una vita normale.
Cosa accade in sostanza?
X riesamina i vissuti di Y e li sottopone ad una nuova attribuzione di significati che parte dalla pratica discorsiva psicoanalitica. Ovviamente si tratta di una co-costruzione di significati poiché senza la collaborazione di Y, la psicoanalisi non potrebbe mai imporre i propri significati ed ottenere risultati, poiché Y si ribellerebbe e li rifiuterebbe. Una co-costruzione di significati, tuttavia, è un atto sociale, è una costruzione sociale. Dunque Y sta ristrutturando le proprie cognizioni sociali, i propri sistemi di valori in modo da allargarli e reintegrarvi quelle parti di se che prima erano avvertite come aliene ed anormali.
Il lavoro di X non è altro che quello di fornire ad Y una pratica discorsiva, una istituzione culturale, entro cui i suoi vissuti possano acquistare un significato, essere giudicati, accettati e reintegrati.
La durata e la difficoltà di un simile procedimento sono regolati da vari fattori: l'empatia, la predisposizione, il setting culturale e la capacità di suggestione.
Per empatia si intende l'affinità che lega X ed Y e permette loro di capirsi e di condividere significati, emozioni, sensazioni. Non è semplicemente una vicinanza culturale o di vissuti personali, è propriamente una questione di risonanza.
La predisposizione intende la flessibilità sia di X che di Y nel loro costruire significati, in questo caso è importante la vicinanza culturale fra i due.
Il setting culturale è, come già abbondantemente detto e ribadito, fondamentale. Più sono lontani e/o incompatibili i setting culturali di X ed Y e più difficile sarà per loro il lavoro psicoanalitico.
La capacità di suggestione è già stata anticipata con la predisposizione e l'empatia e riguarda propriamente l'instaurarsi dei nuovi significati e la presa che questi hanno su X ed Y. E' questa presa che, in conclusione, permette la guarigione psicoterapeutica.
lunedì, 04 dicembre 2006
Se gli uomini sono pensieri nella mente di Dio, stavolta è nata un'utopia...
Benvenuta in questa pazza esistenza Chiara!
Tuo Zio Federico.
postato da: FedericoPox alle ore 21:53 |
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domenica, 03 dicembre 2006
Non conoscevo questa canzone di Battiato prima che una mia amica postasse su questo blog!
Posso solo dire che non è un caso se io adori così tanto questo autore: con una canzone ha espresso esattamente quelli che sono i miei pensieri... e quanto mi piace e mi rassicura che ciò che penso sia condiviso da altri esseri umani...
Franco Battiato) 1983
la stagione dell'amore
La stagione dell'amore
viene e va
i desideri non invecchiano
quasi mai
con l'età
Se penso a come ho speso male
il mio tempo
che non tornerà
non ritornerà
più...
La stagione dell'amore
viene e va
all'improvviso senza accorgerti
la vivrai
ti sorprenderà
Ne abbiamo avute di occasioni
perdendole
non rimpiangerle
non rimpiangerle
mai
Ancora un altro entusiasmo
ti farà
pulsare il cuore
Nuove possibilità
per conoscersi
e gli orizzonti perduti
non si scordano
ma ah ah ai
La stagione dell'amore
tornerà
con le paure e le scommesse
questa volta
quanto durerà
Se penso a come ho speso male
il mio tempo
che non tornerà
non ritornerà
più (STACCO)
Ne abbiamo avute di occasioni
perdendole
non rimpiangerle
non rimpiangerle
mai
Ancora un altro entusiasmo
ti farà
pulsare il cuore
Nuove possibilità
per conoscersi
e gli orizzonti perduti
non ritornano
ma
a
a
ai
La stagione dell'amore
viene e va
i desideri non invecchiano
quasi mai
con l'età
ne abbiamo avute di occasioni
perdendole
non rimpiangerle
non rimpiangerle
mai (FINE)
mai (FINE)
postato da: FedericoPox alle ore 21:48 |
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